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mercoledì, ottobre 12, 2011

La mia grossa grassa crisi greca - ep.1



Mi chiedo come sia possibile pensare di superare la crisi economica con le politiche che UE e FMI suggeriscono di adottare relativamente alla Grecia.

Come è possibile pensare che licenziare 30.000 dipendenti pubblici, ridurre le spese pubbliche al collasso tagliando fondi per istruzione e sanità, possano essere ricette dagli effetti positivi. Sono purtroppo gli stessi suggerimenti della BCE all'Italia e l'unico effetto che avranno sarà di peggiorare la situazione.

Le stesse politiche di riduzione del deficit sono state imposte in passato con effetti catastrofici negli Anni ’80 in Messico e negli Anni ’90 in Asia e in Argentina.

Ieri è stato assegnato il Nobel per l’economia a Thomas Sargent (Università di New York) e Christopher E Sims (Università di Princeton), ambedue impegnati sullo studio degli effetti che le politiche economiche hanno sulle decisioni degli individui. Ricerche utilizzate dalle istituzioni economiche al fine di superare il momento. In virtù dei loro studi Chris Sims ha affermato: «i nostri metodi sono essenziali per trovare una via d'uscita dalla grande confusione in cui si trova l'economica mondiale», infatti suggerisce: «come investirei? Terrei i soldi liquidi per un po' e poi vedrei...».

Ora comprendo che se l’auto sbanda la colpa non è della macchina ma del conducente.

sabato, dicembre 11, 2010

Se il Cavaliere si trasforma nel Professore

L’Italia rischia la mortadellizzazione della sua vita politica.

Sono passati due anni e mezzo da quando il IV Governo Berlusconi ha ottenuto la prima fiducia in Parlamento. Era il 13 maggio 2008 e a rileggerne il discorso programmatico di allora viene da sorridere sulle promesse fatte di risolvere il problema dei rifiuti in Campania. Un discorso in cui si affermava la volontà di superare tutto quello che aveva caratterizzato la vita politica italiana fino a quel giorno. Quindi basta con i compromessi al ribasso, alle confabulazioni segrete o ai mercanteggiamenti, ma rispetto al posto della faziosità, la bellezza della politica al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino, dell’inganno. Si parlava di ridare slancio all’economia, di colpire i corporativismi e le chiusure difensive che hanno tutelato soltanto i bisogni catastali di un sistema assistenziale e dirigista.

Bene, oggi di quel discorso è rimasto ben poco. Primo, la grande maggioranza che Berlusconi ha ottenuto con le elezioni del 2008 non esiste più; secondo, a parte alcuni interventi scoordinati non si è dato slancio all’economia in un momento di crisi; terzo, il Parlamento è stato man mano svuotato della sua autorevolezza.

Berlusconi si trova oggi nella stessa situazione in cui ha vissuto Romano Prodi dal 2006 al 2008, con le stesse nefande conseguenze che quel governo ha provocato con il suo immobilismo dovuto ad una coalizione eterogenea e conflittuale. Ma mentre Prodi era l’utile idiota dietro al quale si nascondevano gli interessi delle forze politiche che l’hanno sostenuto, Berlusconi rappresenta invece il capo di un’azienda che ha come obiettivo quello del massimo profitto personale, dietro al quale lo stuolo di yesman che l’appoggia cerca di raccoglierne le briciole.

Prodi avrebbe dovuto capire nell’aprile del 2006 che con una maggioranza risicata non avrebbe mai potuto fare il bene del Paese, la stessa cosa che dovrebbe capire anche Berlusconi oggi.

Con Prodi la maggioranza si reggeva grazie ai senatori a vita, non eletti da nessuno, e su un senatore eletto all’estero da italiani che non vivono in Italia. Berlusconi sta cercando di raggruppare una manciata di anonimi deputati che dietro la responsabilità nazionale nascondono quel mercanteggiamento politico che lo stesso Berlusconi aveva annunciato di avversare all’inizio del suo mandato.

Il fatto è che la maggioranza uscita dalle elezioni comunque non c’è più e per questo si dovrebbe tornare a votare nel rispetto di quegli elettori che hanno votato quella coalizione, qualsiasi altro tentativo sarebbe un ribaltone. Inoltre, seppur il 14 dicembre Berlusconi ottenesse la fiducia, non potrebbe procedere a quelle riforme necessarie allo sviluppo dell’Italia, ma tirerebbe soltanto a campare accontentando coloro che lo sostengono in Parlamento, cercando ogni volta di contare i suoi, così come il povero Prodi ha fatto per i suoi due anni di mandato.

Abbiamo perso quattro anni in cui solo la casta ha rafforzato la propria posizione, non perdiamone altri due.

martedì, novembre 02, 2010

Nulla di penalmente rilevante




Non c’è nulla di penalmente rilevante, si affrettano a dire i suoi lacché, in quello che fa il Presidente del Consiglio.

Infatti non c’è nulla di penalmente rilevante nel fare pressioni sulla Questura di Milano per avere un “occhio di riguardo” su una ragazza particolarmente a cuore al Presidente del Consiglio.

Non c’è nulla di penalmente rilevante nel telefonare al presidente dell’Agcom e dirgli: “in questo posto ti ci ho messo io, vedi di fare qualcosa per sospendere quella trasmissione”.

Non c’è nulla di penalmente rilevante nell’utilizzare un aereo di Stato per portare gli invitati ad una festa in Sardegna.

Non c’è nulla di penalmente rilevante nell’invitare una prostituta pagata chiaramente da altri che chissà cosa volevano ottenere, a un ricevimento a Palazzo Grazioli, immobile della Presidenza del Consiglio dei Ministri e non del suo inquilino.

Non può esserci nulla di penalmente rilevante nel venire a conoscenza di un reato e anziché informare l’autorità giudiziaria riferirlo al diretto interessato.

Cosa potrebbe allora esserci di penalmente rilevante nell’essere proprietario ombra di un quotidiano che un giorno si e l’altro no diffama i suoi nemici politici?

Non c’è nulla di penalmente rilevante nel segnalare alcune partecipanti ai festini del Presidente del Consiglio al direttore di Rai Fiction.

Non c’è nulla di penalmente rilevante nell’avere uno stile di vita “allegro”, nell’amare le belle donne e magari nominarle ministro o candidarle come consigliere regionale.

Ancora, non esiste niente di penalmente rilevante nel pagare più di 30 milioni di euro a uno sconosciuto, che per quanto mi riguarda potrebbe pure essere un narcotrafficante, per fare una speculazione immobiliare in un Paese sulla lista nera per i conti off-shore.

Non ci può essere nulla di penalmente rilevante nell’avere amicizie dubbie, nell’essere venuto a patti con la mafia, nell’aver corrotto, nell’aver frodato il fisco, nell’aver riciclato fondi neri.

Non ci sarà nulla di penalmente rilevante in questa lista, casomai ci sono comportamenti inopportuni per un qualsiasi Capo di Stato o di Governo di qualsiasi altro Paese. Ma non in Italia dove invece il Presidente del Consiglio viene giustificato, santificato come martire di una magistratura sovversiva.

Mi chiedo per quanto tempo continueremo a fare finta di niente, a riderci sopra, a fare battute sul dramma di un regime che non riesce più a mantenere un’immagine di etica politica.

Si discute dappertutto sul lodo Alfano, non si capisce a cosa possa servire l’immunità a una persona onesta. Così come una legge sulle intercettazioni non serve ad avere un posto di lavoro, a migliorare la produttività, a investire nella ricerca scientifica, ma serve a chi ha qualcosa da nascondere al telefono.

Immunità non vuol dire impunità.

venerdì, ottobre 08, 2010

Il discreto fascino della dittatura


Purtroppo l’Italia è ancora una democrazia, purtroppo perché ancora ognuno è libero di pensare, scrivere o dire quello che vuole anche le cose peggiori, purtroppo perché ogni tanto ci tocca andare a votare per scegliere sempre le stesse persone, purtroppo perché il continuo conflitto tra le Istituzioni logora l’armonia del nostro amato Paese.


Purtroppo perché per Silvio Berlusconi sembra sia difficile accettare che in democrazia esiste il confronto con le Istituzioni e la dialettica politica tra le forze sociali. Ogni volta che incontra l’esponente di qualche Paese in cui la democrazia fatica ad affermarsi, è costretto a confessare tutta la sua ammirazione per quei Capi di Stato che non devono quotidianamente affrontare una Magistratura sovversiva o un’opposizione che seppur debole lo contraddice sempre e lo infastidisce per il solo fatto di esistere.


In quei Paesi si che c’è armonia. Come in Bielorussia, dove il Primo Ministro Alexander Lukashenko è così amato dal suo popolo per avergli dato così tanta armonia che è al Governo da oltre 15 anni. O come in Cina dove il Governo di Wen Jiabao per difenderla deve costantemente censurare una quantità di notizie destabilizzanti. Notizie come quella con cui oggi si comunicava che il Nobel per la Pace era stato dato a Liu Xiaobo, un dissidente cinese che il Governo deve tenere in prigione per mantenere proprio quell’armonia.


Chissà se anche da noi Berlusconi riuscirà allora a portare la stessa armonia. In fondo chi non baratterebbe un po’ di diritti per un po’ di pace sociale.

giovedì, giugno 10, 2010

Saviano non è un eroe






Roberto Saviano non è un eroe ed è una fortuna; tantomeno un eroe di carta, come lo ha definito Alessandro Del Lago in un saggio pubblicato da Manifestolibri.




Non credo che Saviano si sia mai definito eroe ed è la prima volta che ne sento discutere in tali termini. Casomai Saviano è ovvio, e la forza del suo messaggio è proprio la banalità, l’ovvietà con cui il bambino annuncia al mondo che il re è nudo.



L’amara verità è che tutti i santi giorni abbiamo a che fare con le mafie di tutti i generi. Viviamo su un’immensa pattumiera: fiumi, laghi, mari, montagne, città, valli, prati sono a rischio inquinamento. In tempi di crisi economica la necessità di abbattere i costi per aumentare i profitti fa sì che le industrie cerchino di risparmiare sulla manodopera, sullo smaltimento dei rifiuti, contesti in cui la criminalità organizzata si è inserita col gessato grigio e la ventiquattrore. Storie che lo scrittore ci ha riportato in Gomorra.



Saviano non è un eroe, casomai è noioso e pesante perché ci racconta quell’amara realtà che vorremmo non ci fosse, motivo per cui gli preferiamo il Grande Fratello, apoteosi del nulla col quale cerchiamo di rimarginare le nostre ferite quotidiane.



Saviano non è un eroe perché è una persona comune, perché il suo stile letterario non esiste ma è efficace, perché Roberto Saviano potremmo esserlo tutti se solo avessimo il coraggio di liberarci della gabbia di vetro che ci aliena dal prossimo.



Saviano non è un eroe perché non sappiamo chi sia un eroe oggi, possiamo solo dire ci mancano gli eroi e, più di loro, ci mancano le idee, le uniche cose di cui forse valga la pena discutere.

venerdì, maggio 21, 2010

Ma La Puzza Si Sentirà Lo Stesso




Chi si occupa di pulizie certamente saprà che a forza di nascondere la sporcizia sotto il tappeto prima o poi non ci sarà più spazio e sarà necessario buttare via la spazzatura e anche il tappeto.


Chi porta a spasso un cane e non raccoglie i suoi bisognini dovrà rendersi conto che se il cane farà le sue cose almeno una volta al giorno, in un mese sulla strada si troveranno quanto meno trenta sorpresine e correrà il concreto rischio di calpestarne qualcuna.


Chi non vuole mettere in ordine il guardaroba, continuando a buttarci dentro vestiti, sa che arriverà il punto in cui aprendo le ante tutto gli si rovescerà addosso.


Sono solo tre casi di piccolo quotidiano buon senso che dovrebbero spingerci a comportarci secondo la logica del fare bene e poco oggi per non fare male e troppo domani. Logica che purtroppo non fa parte del genotipo italico. Tutto questo per dire che si può essere anche furbi e fare finta di niente quanto si vuole, ma prima o poi i nodi arriveranno al pettine.


Allora se da un lato, pur bloccando tutte le intercettazioni che vuole o continuando a ripetere che la crisi in Italia non esiste, il Governo dovrà convincersi che la merda puzza lo stesso, dal canto loro gli editori, i giornalisti, gli autori e anche i titolisti dovranno tornare a fare il loro mestiere, smettendo di fare i lecca culo dei loro protettori politici e sforzandosi di guadagnare il pane lavorando e informando trasparentemente i loro lettori, contribuendo solo così a rendere questa democrazia più libera e consapevole.


Su quest’ultimo punto suggerisco a tutti di rivedere quel film con Dustin Hoffman e Robert Redford “Tutti gli uomini del presidente”, facilmente scaricabile da qualche parte nel web.

venerdì, aprile 30, 2010

La politica della setta




Non sono un sociologo e non mi occupo di sette, ma quello che sta avvenendo in Italia in questi ultimi anni non mi lascia indifferente e, da osservatore, non posso fare a meno di non notare come la politica di questo Paese si sia trasformata in una sorta di settarismo. In fondo le sette hanno un capo indiscusso e quello che dice il capo non è sindacabile, perché il capo non sbaglia mai, ha sempre ragione, è buono e ha una mente brillante, geniale, visionaria. Ai membri della setta è data una visione del mondo, quella del capo appunto, la verità suprema, forti della quale i settari girano il mondo per fare propaganda. Solo la setta possiede la chiave per comprendere la realtà e qualsiasi azione o affermazione del capo deve essere accettata passivamente.


La politica come arte di amministrare la cosa pubblica, intesa come tecnica del compromesso nel conflitto democratico presente nella società non esiste più. Il politico non è più colui che nel bene o nel male si fa portatore di determinate esigenze sociali. Il rappresentante eletto e scelto tra tanti al fine di promuovere valori e progresso. Ma è il prepotente difensore dei suoi interessi particolari e al massimo della ristretta cerchia di amicizie potenti. Non c’è più il bisogno di mantenere le promesse fatte agli elettori che non hanno più possibilità di scelta, diventata invece prerogativa del capo. Perché solo il capo potrà stabilire se il partito-setta avrà ancora bisogno di quel tale politico, se si sarà comportato bene e avrà seguito il capo potrà continuare a rappresentarlo, altrimenti a casa, perché il capo non si discute, si ama.

Oggi quella che viene chiamata politica, ma per la quale sarebbe meglio trovare un altro nome, è una grande festa, un carrozzone in cui contano solo l’apparenza, l’amicizia, la difesa dell’interesse particolare invece di quello generale. Quelle che un tempo si celebravano come riunioni di partito, ora sono festini a cui partecipano veline e spacciatori. Una combriccola di individui scelti solo se mansueti e devoti al loro padrone, una comunità talmente distante dalla società reale in cui non è possibile dissentire, perché se sei contro vieni messo alla porta, sei un comunista, un senza dio, un reietto. Se la pensi in maniera differente dal capo supremo, da colui che apre il portafoglio, allora devi andare via, proprio come avverrebbe in una setta.

Non si sputa nel piatto dove si è mangiato, eppure arriva un momento quando quel piatto, che magari è sempre lo stesso ti risulta indigesto, in cui senti il bisogno di cambiare e di cercare altre vie per provare a stare meglio anche se magari non nell’immediato ma forse più in là nel tempo.

Bisogna quindi saper vedere più lontano di quanto fa la nostra setta. Cosa succederà quando il capo, che finora si è preoccupato solo di mantenere il suo potere, non ci sarà più? Non sarebbe la prima volta che una setta basata solo sul culto del capo si disgregasse con lo scomparsa del leader, lasciando il posto alle macerie.